Se un’emozione ti cambia anche il nome, tu dalle ragione (#mafèstupalazzètt?)

Ho guardato questi ragazzi negli occhi. L’anno scorso. Nel momento più buio. Quando tutto remava contro. I pali, le traverse, gli arbitri. Sembrava di essere all’interno di un thriller. E la fine era ogni sabato più vicina. Ho guardato Daniele segnare contro il Brindisi in Coppa, stringere la maglia nel pugno e gridare a perdifiato. Ho visto Marco protestare e prendere cartellini perché quel rigore c’era, santo Dio! Ho visto Ciccio incaponirsi silenziosamente perché un tiro da lontano doveva entrare e non entrava. Ho visto Emanuele giocare fuori ruolo perché era giusto così. Ho visto Fornaro entrare e giocare qualche minuto come se dovesse morire di lì a poco. Ho visto Claudio puntare l’incrocio dei pali per distruggerlo più che per segnare. Ho visto l’espressione di Peppe, dopo non essere riuscito a parare quel tiro che – cavolo – se non fosse stato deviato sarebbe andato fuori. Ho visto Donato allargare le braccia all’ennesimo torto subito. Ho visto mister Vito in panchina continuare ad urlare anche la paura gli si leggeva negli occhi. Non può finire così. Non quando giochi costantemente in 6 anche se non si vede. E in effetti è finita solo in finale play-off. L’appuntamento con la storia è solo rimandato. Già, l’appuntamento con la storia. La storia che aspettavamo da anni. La storia più bella che lo sport nel mio paese conosca. La meravigliosa storia dell’Acqua&Sapone oggi si compone della pagina più bella.

Questa vittoria è frutto di tante cose. Ma la cosa più bella di queste “tante cose” me l’ha detta Nicola: “si è creata un’alchimia speciale tra questi ragazzi. Sapessi quant’è bello vederli tutti insieme giù al Docks a ridere e a scherzare. Gli si legge la felicità negli occhi quando stanno insieme”. La felicità nel fare sport e nel farlo insieme. E qualcuno a disquisire, dal pulpito del pregiudizio, che tanto “non andranno lontano” perché “i Martinesi e i Locorotondesi insieme non possono stare”, che “addò è ca ma scì”, che “il presidente vuole dare il titolo a Martina”. Niente, siamo fatti così, noi Locorotondesi: alle cose belle diamo sempre un nome straniero. Sarà che abbiamo come protettore il Santo Pellegrino.

In questi anni, ho imparato a conoscere questo sport con loro. Ho cercato di tenere alta l’attenzione su una squadra nata con la ferma convinzione che dal basso si può arrivare molto in alto. Ho cercato di essere il più obiettivo possibile. Ma – mi perdoneranno i benpensanti – non ci sono mai riuscito. Non sono mai riuscito a raccontare qualcosa che non mi abbia preso il cuore, per un motivo o per un altro. Non riesco ad essere asettico, distaccato, freddo. Forse è per questo che non sarò mai un vero giornalista. Ed è giusto così.

É stata dura quest’anno stare lontani dal palazzetto, prendere informazioni raffazzonate un po’ di qua e un po’ di là. Non è nel mio stile. Ma nell’unica partita che ho visto dal vivo, quest’anno, ho visto una squadra ribaltare una partita che sembrava ampiamente andata. É lì che ho detto “loro sono destinati a vincere”. Quest’anno non li avrebbe fermati nessuno. Nessun palo, nessuna traversa, nessun arbitro sfavorevole. Era come guardare un fiume in piena in pantaloncini e maglietta travolgere tutto con un’armonia da far invidia ai grandi musicisti. Nessuno li poteva fermare, nessuno è stato più bello di loro nel danzare sul pallone n.4 a rimbalzo controllato.

Questa storia ha significato troppo per me. Ha significato non conoscere tanti di questi ragazzi di cui ho raccontato, pur ricevendo da loro tanti attestati di stima. Ha significato stringere amicizia per il solo fatto di esserci, di esserci stato e di aver parlato di loro anche quando le cose andavano male, di aver mostrato a tutti una squadra che nel momento più buio ha messo da parte le casacche e ha indossato una sola maglia, di aver fatto il proprio dovere di “raccontatore”, di aver scritto ai Locorotondesi “questa squadra ha bisogno di voi”. Era mio dovere, a nessuno spettava di ringraziarmi. Eppure alcuni “grazie” valgono una vita intera.

Forse questa vittoria è bella anche per questo. Perché ha dato a me la consapevolezza del fatto che nessuno potrà obiettare sul fatto di aver fatto le cose con il cuore. E che se ho raccontato le gesta di quindici ragazzi, l’ho fatto perché mi sono affezionato a loro e l’ho fatto guadagnandoci solo i loro “grazie” e l’amicizia di dirigenti e tecnici. Non ci sarà mai stipendio che pareggerà avere un amico in più.

Mi nutro di questo: di emozioni. Non voglio altro dallo sport. E come loro le hanno date a me, io cerco di non tenerle nascoste in un cassetto. É il mio compito, la mia vocazione, la mia passione. Nessuno sceglie ciò che vuole essere. A me è toccato raccontare l’Acqua&Sapone Football Five Locorotondo. Le sue vittorie, in campo e fuori. A me è toccato ribadire che a Locorotondo si può e si deve fare sport senza aspettare lo zio d’America. Ora questa squadra ha bisogno di una casa. Ce m’ha fè? #mafèstupalazzètt?

 

 

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Ho visto tanta bellezza

Sono ormai tre giorni che vivo in funzione del prossimo sabato. In un certo senso ho cominciato a fare il conto alla rovescia. E il risultato è che mi sento peggio di chi sabato in campo ci scenderà per davvero. Ho chiamato Gianni appena finita la partita di Molfetta e il solo sentire “siamo in finale, Mauro!” mi ha messo una gioia tale che solo chi era lì può capire. Potevo esserci anche io su quegli spalti, ma il terrone fuori sede, al suo rientro, deve avere delle priorità. E le priorità sono le persone care.

Ho pensato e ripensato alle parole di Gianni, al modo in cui l’ha detto, al modo in cui ho reagito io. E ho ripensato a questo campionato, dall’inizio alla fine, dai bassifondi della classifica alla finale play-off, passando per tante critiche, un mercato povero e una rimonta incommensurabile. L’ho seguito da appassionato di sport, ho seguito l’Acqua & Sapone da tifoso, ma ho anche imparato a seguirla da lontano da pseudo-giornalista. E il risultato è stato sentirsi ancora parte di una storia meravigliosa. Non voglio tornare sul passato, ho già raccontato come nasce questa realtà. Quello che voglio raccontare passa da qualche messaggio col “comandante in capo”. Messaggi da amico ad amico.

“Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo stagionale”. Adesso chi glielo spiega che siamo ad un passo soltanto dalla serie B? “Ci sono state delle difficoltà: cementare un gruppo non è facile”. É lì che arrivata la spiegazione a tutto. Differenze, tante differenze. Differenze che allontanano, differenze che dividono. Locorotondesi e Martinesi, gente che ha vinto il campionato l’anno passato e gente che li ha vinti con altre maglie, belli e brutti, puntuali e ritardatari, rossi e blu, alti e bassi. E ho ripensato al mio film preferito, “il sapore della vittoria”. Non stiamo certo a fare il paragone, ci mancherebbe. In America, negli anni ’60, di razzismo si moriva. Ma le differenze (del colore della pelle soprattutto) avevano fatto dei Titans la squadra imbattibile che è stata e rimane negli annali del football universitario come una leggenda. Bianchi e neri, uniti da due coach, uno bianco e uno nero. Tutte vittorie, nessuna sconfitta.

Ho ripensato a questo campionato e ci ho visto tante amarezze, tanta sfortuna e tante arrabbiature. Ci ho visto tanti muri innalzati per orgoglio e perché nella difficoltà è l’unica arma che rimane. Finché è successo quello che è successo ai Titans: smetterla di giocare per rabbia o per onore e cominciare a giocare per il semplice gusto di divertirsi e vincere. Allenarsi per il gusto di migliorarsi e migliorare il ragazzo che ha meno esperienza. Abbracciarsi non solo perché si è segnato. Bensì perché respirare a pochi millimetri da un compagno toglie il fiato, ma rende invincibili.

Ho visto tanta bellezza quest’anno. Ho visto tornare in campo Dario dopo un anno e segnare il gol decisivo. Ho visto Marco dare indicazioni in campo ai meno esperti. Ho visto Daniele, martinese doc, sradicare un pallone, gonfiare la rete ed esultare stringendo la maglia rossoblu tra le mani. Ho visto Giuseppe accomodarsi in panchina senza sbraitare. Ho visto Gianni & co. tornare a cantare. Ho visto Victor venire da lontano e calarsi umilmente, in 24 ore, in una realtà di cui forse nemmeno sapeva l’esistenza. E tante, tantissime altre cose.

Come ho scritto più volte, a questa squadra qualcuno deve delle scuse. Non sarò io a dire chi. Ma dopo sabato ho capito che loro delle scuse se ne sono fregati. Anzi, si sono chiesti scusa reciprocamente, da uomini, da squadra. Perciò, cari ragazzi, ve lo chiedo col cuore in mano: sabato siate Titani. Nessuno pretende la vittoria. La vittoria più bella è quello che avete fatto: eliminare i muri invisibili che noi esseri umani ci costruiamo per mostrare la nostra forza e, contemporaneamente, la nostra estrema debolezza. La vittoria più bella è stata far sì che il rosso e il blu siano tornati ad essere una cosa sola. Fateci commuovere ancora, come solo voi sapete fare. Per quello che vale, io sono orgoglioso di voi. E in molti, vi assicuro, la pensano come me. Era, è e resta una meravigliosa storia di Locorotondo. Nessuno ce la porterà via, nemmeno una finale play-off persa.

E ricordate che VOI GIOCATE IN 6! “Lato sinistro, lato forte”.

 

 

Due più due fa undici

Il calcio d’angolo è per lo United. Ma non è un granché. E Kasper Schmeichel, il figlio del grande Peter che ammiravo da piccolo, abbranca e rinvia velocemente. Il Leicester è primo in classifica e gioca da grande squadra. Lo sa fare, e anche bene. Ecco perché il contropiede viaggia sulla fascia destra come un treno. Tre tocchi e palla a Jamie Vardy.

Quando ho iniziato ad andare allo stadio “Comunale di Viale Olimpia”, a Locorotondo, credevo che, proprio come succedeva in Serie A, i calciatori fossero una specie di dei. Vivevano in un olimpo chiamato “spogliatoio” e si nutrivano di un nettare speciale chiamato “tifo”. Avevano dei flirt con noi comuni mortali ma non duravano molto. Circa novanta minuti. E poi tornavano nel loro olimpo. Finché Michele Portoghese, di professione portiere, mi fece cadere da quelle nuvole dense che neanche i monsoni. In un allenamento estivo, finito l’allenamento tattico, nell’agosto pugliese che faceva grondare sudore persino alle pietre, si avvicinò alla grata che divideva campo da gioco e spalti. Io scendevo le scale della tribuna per andare via. C’era un bimbo con un giocattolo in mano e la sua mamma lo teneva per mano. Michele si avvicina e incomincia a fare il papà. Dolcemente. Era il protettore del nostro forte, l’ultimo uomo, ma era anche una persona normale.

Ieri Jamie Vardy ha fatto gol, raccogliendo un passaggio filtrante dalla destra. Ha fatto gol per l’undicesima volta consecutiva in Premier League, battendo il record che apparteneva ad un certo Ruud Van Nistelrooij. Uno che le serie dilettantistiche nemmeno sa che esistono. Fino a quattro anni fa si allenava di sera, sui campi polverosi delle serie dilettantistiche inglesi. Le stesse serie che ancora oggi, da qualche parte in Puglia, vedono protagonista Michele Portoghese, sempre che non si sia ritirato.

Jamie fino a quattro anni fa si allenava solo di sera perché di mattina lavorava in fabbrica. Come Michele, la mattina a lavoro, il pomeriggio sul prato verde. Uno a bucare la rete e l’altro a tentare di non far entrare in rete nemmeno le mosche. Ieri pomeriggio Jamie, a 28 anni, quando molti dicono “è il momento giusto per fare il grande salto”, quando o ti danno del “giocatore maturo” o del “bollito/usato sicuro”, ha disintegrato un record che ha del disumano. Da attaccante vero, da uomo semplice, da operaio del gol. Mi ha fatto tornare indietro di dieci lunghi anni, quando andavo anche io al “campo” (non allo “stadio”) e vedevo i miei idoli uscire col borsone e andare via in macchina. Non una Porsche o una Maserati, ma la Ford Fiesta degli anni ’90. Andavano via insieme, io do un passaggio a te, domenica tu lo darai a me.

Jamie ha dimostrato all’Inghilterra e al mondo intero che non bisogna essere per forza dei fenomeni per giocare a calcio. Semplicemente bisogna aspettare l’occasione giusta da veri uomini, qualcuno che creda in te talmente tanto da farti esplodere. Jamie ha dimostrato che la gavetta non è un’opzione, ma è l’unica vera rivoluzione possibile per il calcio patinato e ogni giorno sempre più lontano dai tifosi. Jamie ha ricordato a me, più che ad altri, che prima o poi le soddisfazioni arrivano, e arrivano tutte insieme, in abbondanza. Serve crederci. Serve la fiducia di qualcuno. E due più due può fare anche undici.

 

 

Dei ragazzi Acqua e Sapone (è ancora una storia di Locorotondo)

“Gianni, per caso hai un posto in macchina? Voglio venire a vedere la partita ma non mi va di venire fin lì da solo!” “Certo Mauro, posto assicurato. Nel pomeriggio ti dico l’orario.” É martedì, il Bari non è in campo. Non è in campo nessuna squadra che mi interessi. Eccetto una. E allora tanto vale andarla a vedere. In trasferta. Per occupare del tempo in maniera sana.

Blu e granata, come i vecchi tempi al Viale Olimpia. Blu e granata, come i tempi nuovi, in un Palazzetto che verrà. Ma è in trasferta. E il Brindisi è una squadra rognosa, terza in campionato. E si gioca in Coppa. L’anno scorso a Martina la partita più bella. Chiusa con una sconfitta. Chiusa con tutto un paese dietro a una quindicina di ragazzi. E c’era anche Morris. E anche oggi c’è ancora.

C’è la sua maglietta nel campo dove attacchiamo, al secondo tempo è proprio davanti a me. Arriviamo a Brindisi e c’è bella musica nel Palazzetto. Gianni mi indica i nuovi, è la prima volta che li vedo giocare. Arriva Franco “il rosso” e mi dice “ehi, hai venuto?” “Sì, sei visto che ho venuto?” Tante le risate nel tragitto per il San Nicola. Tante le risate al Bari Club. Parla così veloce che ci vorrebbe l’instant replay per capire. Arriva il presidente claudicante e mi saluta con un sorriso. Arriva tutta la truppa dei dirigenti con qualche chiletto in più. Arriva Marialma con il “cannone” appeso al collo: sono comunque momenti da immortalare. Arrivano mogli, figli, padri, madri, fidanzate, ragazzi, quarantenni. E anche qualche nonno. Saremo in 50, 60, perdo quasi il conto. Arrivano Marco, Danilo e Francesco e c’è da ridere sin dal riscaldamento.

“Claudio abbattilo!”, prendere in giro l’arbitro che ha scambiato Eligio per un sacco da pugile e non espelle il portiere, soffrire invano “tanto Daniele  non sbaglia mai”. Ed è vero. Sembra di veder giocare un marziano. Siamo sotto per il classico gol stupido. E andiamo all’intervallo consapevoli di potercela fare. Rientriamo con la cazzimma e facciamo un gol di quelli che neanche alla Play. Lo segna Eligio, e per me non poteva che essere una bella vendetta. La partita si incattivisce e andiamo di nuovo sotto. Ma un’invenzione meravigliosa mette Daniele Lisi in posizione di tiro, rimpallo, altro tiro, gol. Esplodiamo. Come quando segnavano Maggiore, Fanelli e compagnia bella.

La partita finisce così, con i ragazzi davanti alla transenna di divisione tra noi e loro. Tutti sudati e sorridenti. Perché alla fine sanno di aver dato tutto. E mentre Franco prende qualche insulto dagli juventini e io lo consolo con un “tanto non capiranno Frà”, sento qualcosa di diverso. É l’aria, è la trasferta, è la bellezza dello sport. Che sarà mai?

Ciò che davvero mi ha messo davanti alla bellezza di questa realtà è che mi sembrava di essere lì da anni. Ciò che davvero mi ha fatto capire che qualcosa è cambiato è che le mamme dei ragazzi martinesi tifavano per i rossoblù. E non è questione di “professionalità”. Qualche tempo fa nemmeno quest’ultima sarebbe stata capace di questo. Ho visto martinesi imbevuti di acqua e sali minerali abbracciare locorotondesi che urlavano per loro. Ho visto la bellezza di una squadra che si lamentava del troppo silenzio. Ho visto un martinese prendere la maglia e urlare dopo il gol come se fosse la sua seconda pelle. Ho visto tutti uniti per un obiettivo che non so nemmeno se esista per davvero. Ho visto tanta gente normale diventare speciale. Ho visto tanta bellezza.

Morris era l’unico di Martina l’anno passato. E mi piace pensare che anche lui abbia finalmente abbattuto uno stupido muro legato al calcio e alla cultura del passato. Ora questi ragazzi hanno il compito di portare il blu e il granata finalmente al posto che merita, più in alto possibile. E il campo è anche meno affollato per farlo. É ancora una storia di Locorotondo questa qua. Ed è tutt’altro che finita solo perché sono andati via alcuni locorotondesi per far spazio ai martinesi. É la nostra storia. Sarebbe ora che qualcuno iniziasse a capirlo.

Se solo non ci fosse un galletto di mezzo…

#thanksStevie

Hai ucciso il grande calcio nel mio cuore. Lo hai fatto contro il Milan, la mia squadra da bambino, quella maledetta notte di Istanbul. Lo hai fatto con uno dei tuoi marchi di fabbrica: il colpo di testa, in rincorsa, con rabbia, perché non era ancora finita. Quel Milan sembrava imbattibile. E forse nessuno della tua squadra ci credeva più. 3-0 al primo tempo. Aveva segnato persino Maldini. Un po’ come dire “se ci è riuscito lui, oggi non sarà possibile nemmeno mettere un passo in più”. Quel cross, quello stacco disperato, quel gol, quell’esultanza.

Quasi a dire “non è finito nulla”, una mano nel vento della Turchia, “prendete quella palla e andiamoci a prendere questa Coppa”. Nulla è finito finché una entità terza dice che è finita. É il gioco della vita, quando tutti sono intorno a te, tu che cerchi di lottare, a volte invano. Ti sono tutti addosso, arriva il Maldini della situazione a bucarti la rete e la speranza. Solo Dio può salvarti, e a Liverpool dire Dio o dire Steven Gerrard è quasi la stessa cosa.

Quello stacco, quella rabbia, mi fecero capire che il calcio non è una scienza, non è dei numeri messi lì a caso a denotare un’algoritmo su dell’erba verde, con un po’ di gesso e dei legni sopra. Quel braccio a dire “tutti dietro”, non di certo per dire “tutti in difesa”, bensì per annunciare solo il primo di tanti attacchi, mi fecero capire che il calcio è una poesia, che non è solo un gioco per bambini. Il calcio è una religione laica. E se vuoi ti porta a Dio, se vuoi.

Giocavamo ad essere te, al campetto di periferia. Ho anche comprato la tua fascia di capitano per un amico. Poi è toccato a me diventare capitano, ma qui il calcio non c’entra nulla. Anzi no, c’entra eccome. Perché non si diventa capitani in campo se non si è capitani nella vita. Non diventi capitano nel cuore dei tifosi se poi a quei tifosi non rendi grazie fuori dal campo, rappresentandoli in tutto il mondo. Quegli stessi tifosi che domenica ti hanno cantato, per l’ultima volta You’ll never walk alone. L’ho dedicata ad una donna una volta, ora la ascolto ad occhi chiusi e sento Dio far parte di me.

Non posso immaginare come ti sei sentito, ma posso vedere i tuoi occhi. Non posso essere te, ma posso vederti toccare il quadro con su scritto “This is Anfield”. Quasi a dire “abbi rispetto per ciò che vedrai oltre questo punto”, un po’ come “lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate” perché qui dentro si sputa sangue. Non potrò mai ringraziarti abbastanza per avermi insegnato che al cuore non si comanda, quando ti avrebbero pagato oro e sei rimasto a casa, a Liverpool, senza alcuna sicurezza di vittoria. Perché a Liverpool nessuno ci è mai venuto per vincere. A Liverpool non si è mai vinto con squadre sfacciatamente superiori. Si vinceva perché era destino, perché la poesia a volte diventa vita vera, vissuta, guadagnata, sudata. E poi c’eri tu, il capitano, la stella. Mai troppo splendente, mai troppo accecante.

Zanetti, argentino, non penso abbia sognato da bambino di vincere tutto in Italia. Del Piero, veneto doc, non penso abbia detto “un giorno sarò il più grande numero 10 della storia della Juventus”. Ma guai a sminuire loro. Ciò che rende te qualcosa di etereo è il fatto che tu, da piccolo, quella maglia te la sognavi la notte, a pochi chilometri da Anfield, nel campetto di periferia. E quando ti hanno proposto di andare a vincere, non hai abbandonato la carretta al suo destino. Potevi farlo, potevi andartene e nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire. Ma è l’amore che comanda, quella fottutissima sfumatura tra il cielo e la terra.

“Prima che le lacrime inizino a fluire, vi ringrazio e vi dico che siete i migliori del mondo”. E come darti torto! Ma un capitano non piange, non ci riesci proprio a toglierti quella fascia dal braccio neanche per versare qualche lacrima in pubblico. Ti porti addosso ancora quella mano nel vento di Istanbul, te la porterai in America. Ma quanto sarà triste il calcio vero senza di te.

Grazie, Stevie. Perché le bandiere non esistono più. Ma se ho conosciuto un dio nel calcio è perché un sacerdote del tackle mi ha insegnato a credere in lui. Grazie perché hai estirpato il calcio dello spettacolo dalla mia anima, incastonandoci il calcio del cuore, della passione e dei sentimenti. Grazie. E che il dio del calcio te ne renda merito. Sempre che quel dio non corrisponda al nome di Steven Gerrard.

You’ll never walk alone, #thanksStevie

#supportfutsalcisternino (il palazzetto è dei bambini)

A Cisternino non ho trovato semplicemente la carne al fornello e le stradelle come le mie. Ho trovato l’amore. Certo, questo non fa di me un cistranese doc, ci mancherebbe. Ma mi fa confrontare con una realtà dove storicamente lo sport è veicolo di civiltà. Basket, calcio, futsal. Sì, perché quando insegni ai ragazzi i valori della competizione, quando ti confronti con la bellezza del fare sport, quando i bambini si stringono la mano e vorrebbero diventare come il calciatore della squadra della propria città, la vittoria è doppia. E la vittoria sul campo passa in secondo piano.

Ultima giornata del Campionato di Serie B di Calcio a 5. Il Cisternino è primo in classifica ex aequo. I Giallorossi hanno +4 di differenza reti sul Sammichele, discriminante necessaria in caso di parità di punti alla fine della stagione regolare. E come continua a fare da anni, il Cisternino vince. Ma c’è qualcosa che non va.

Le partite erano state programmate, in ottemperanza a una legge non scritta che predica lealtà e trasparenza, alla stessa ora. Ma in Calabria la partita riprende con dieci minuti di ritardo, per una fantomatica rissa in campo durante l’intervallo. Il parziale a Crotone pare sia di 3-5 in favore del Sammichele. Ecco che, a dieci minuti dalla fine, lo streaming video del Sammichele si interrompe. Nel finale di partita, il Sammichele realizza una media di 3,4 reti al minuto. Quella favola di un paese di poco più di 10 mila abitanti in Serie A forse “non s’ha da fare”. Ma qui Lotito c’entra poco. É la cultura che lui esporta che c’entra.

Una squadra costruita con fatica, dei tifosi appassionati e applauditi in ogniddove, una serie di promozioni frutto di tanto lavoro e tanti soldi buttati per un unico obiettivo: portare il nome di Cisternino in alto. Per non essere sempre quelli del “eh, a Cisternino ho mangiato così bene”. Per insegnare ai bambini e ai ragazzi che andare a vedere lo sport dietro casa, e ad alti livelli, non è poi così impossibile. Perché è bello tifare la squadra della propria città.

Non oso giudicare nessuno, lo sport e la giustizia sportiva faranno il proprio corso. Ma dove saremo quando finalmente si potrà telefonare al proprio avversario e ammettere la sconfitta? Cosa diremo ai bambini che vorranno indossare quella maglia, tanto sudata e tanto bella, che hanno sognato da quando andavano al palazzetto col papà e coi fratelli un po’ più grandi? Dove sarà la lealtà sportiva, se non si può nemmeno vincere un campionato di serie B di Futsal, in Italia, nel 2015?

Resta tanto amaro in bocca per un città che è molto di più di quello che leggiamo nelle guide gastronomiche di tutto il mondo. Resta l’amaro perché nemmeno nel calcio dilettantistico si può sperare di avere giustizia del calcio patinato, malato e falso della serie A, ormai a “fine stagione”. Resta una squadra che ora dovrà affrontare un play-off con il morale a terra e che, dopo tanti sacrifici e tanti sogni, si vede abbattuta da una non ben definita “ombra” di palazzo.

Mi ero ripromesso di raccontare delle storie di sport in questo blog. E di solito le storie sono belle. Vittorie, mezze vittorie, pubblico che torna negli stadi, i bambini e i loro miti. Insomma, storie belle di tutti i giorni. Questa è una storia amara, a tratti vergognosa, di uno sport dove non vinci che la gloria e la stima. E la gloria e la stima costano tanto e non guadagni da nessuna delle due. #supportfutsalcisternino perché è una battaglia di civiltà, per quei bambini che vanno al palazzetto, vi prego, nessuno taccia. Il palazzetto, un giorno, deve diventare dei bambini.

Una squadra di Locorotondo

Questa è una storia di calcio. Ma anche di paese. É una storia di una semplicità stupefacente. Ma anche di una grandezza che ha del paranormale. La dimostrazione che a volte basta poco per emozionarsi ancora, la prova che il cuore ha sempre ragione.

É la storia di Nicola, Alfredo, Vittorino, Franco e qualche altro: non gli bastava giocare qualche partitella in settimana con gli amici al campo di Tortella. Quelle partite che comunemente chiamano “scapoli-ammogliati” che di scapolo e ammogliato, quando va bene, non hanno niente. Avevano voglia di calcio, quello vero, anche se con cinque persone contemporaneamente in campo. L’anno scorso si è finiti ai limiti dei play-off. Quest’anno volevano superarsi.

Costruiscono una squadra intera composta da ragazzi bravi che, apparentemente, avevano perso la grande occasione. O che, semplicemente la stavano ancora aspettando. Ma c’è ancora il limite del Palazzetto. Non si può giocare a vita sull’erba sintetica e il Palazzetto dello Sport è lì che aspetta, tutto sporco e decadente, come un cimitero che una volta fu una discoteca. Da lassù dicono che il morto non risorgerà, almeno per ora. Non si danno pace: cercano sponsor per far andare avanti questo sogno. É poi così difficile vincere un campionato con una squadra fatta di “curdunnesi” DOC?

In panchina c’è un fratello d’arte. Mister Basile (quello famoso) allena il Latina, in serie A. Suo fratello (quello meno famoso) prova a fare qualcosa di straordinario a sei chilometri da casa, in C2, nel calcio a cinque. “Sì ma che ci vuole a vincere un campionato così?” Provate a chiedere cosa significhi a quei quattro che ho nominato lassù. Provate a trovare uno sponsor che creda in una squadra di gente normale che vuole apertamente vincere un campionato. Provate per una volta ad essere folli. A quella presentazione, in Piazza Vittorio Emanuele, eravamo in pochi e faceva caldo. Nessuno sapeva cosa ne sarebbe stato di quei ragazzi. Forse solo loro lo sapevano. Ma questa è la storia di un sogno.

É la storia di Giuseppe, il capitano; all’epoca, quando iniziavo a vedere la gradinata del Viale Olimpia era l’unico Locorotondese della Virtus insieme ad Ilario. Allena bambini come se fossero i suoi.

É la storia di Giuseppe, che per poco non andava a giocare in serie A. Quando ci giocai insieme, dissi “questo andrà lontano”.

É la storia di Vanni, che in campo sembra giocare da vent’anni, invece vent’anni nemmeno ce li ha.

É la storia di Eligio, che ad ogni gol va a salutare i suoi amici di comitiva sulla gradinata.

É la storia di Giuseppe, che prima di tornare a giocare a casa propria ha contribuito a far arrivare il Cisternino nel futsal che conta e si è laureato in ingegneria.

É la storia di Piero, che è dirigente solo perché un ginocchio gli ha detto di “no” dall’essere ancora “Piero Zola”.

É la storia di Pedro, che a chi lo chiama “nero di m…” risponde col sorriso che solo i locorotondesi possono avere.

É la storia di una finale di coppa persa di un gol, dove quasi tutto il paese si è mobilitato.

É la storia di Gianni, Gianfranco e Mimì, che col megafono non smettono mai di cantare. Si sono spostati solo di un centinaio di metri più in qua su Via Cisternino.

É la storia di chi, come me, al calcio di provincia non ci credeva più.

É la storia di Marialma, che per fare le foto si fa tutte le trasferte.

É la storia di Alessandro che “mannaggia se alla finale facevi il portiere di movimento come Cristo comanda”

É la storia di Valerio, Donato, Valerio, Martino, Francesco, “Pollicino”, Giuseppe (che ho visto nascere), rossoblù dentro e fuori.

É la storia di tutti gli altri che mi perdoneranno ma non li conosco.

É la storia di uno sport dove gli avversari vengono ad applaudire sotto la curva, in Italia, nel 2015.

É la storia della Acqua e Sapone Football Five Locorotondo. Una squadra di Locorotondo. Perché per una volta non siamo stati amanti dei forestieri.

É una storia che l’anno prossimo proseguirà in serie C1. E il Sindaco faccia qualcosa per il Palazzetto.

É una storia semplice che ha dell’incredibile. Eppure da oggi è realtà.

ps: scusateci tutti se ci siamo accorti di voi troppo tardi. Ma meglio tardi che mai no?

Il bianco e il rosso (e non parlo di ciò che pensate)

Già me li immagino quelli che leggeranno questo post: “Parli sempre e solo di calcio”, “non sai fare altro”, “sei ossessionato”. Hanno pienamente ragione, perché negarlo? Ma fatemi prima spiegare il perché, vi prego.

Avevo – ed ho ancora – bisogno di fare un bilancio di quest’anno. E dato che questo è un blog che vorrebbe essere qualcosa che parli di storie di sport, anche questo bilancio del 2014 sarà sportivo. Pensando e ripensando, guarda caso, mi sono imbattuto in quella che è la mia squadra del cuore. Riflettendoci, il mio anno non è stato molto diverso dal 2014 del Bari. Un 2014 dalle due facce, una bianca e una rossa. E con questi colori, non intendo solo parlare della mia pazza squadra.

É iniziato male, questo 2014. Il Bari non ha nemmeno i soldi per pagare gli stipendi. Io, da buon tifoso e da disoccupato, non ci volevo andare più. Nessuno che voleva più investire, sul Bari e su di me. Sì, io e la squadra del cuore siamo uguali: svogliati e senza speranza. Lo stadio è vuoto come il mio portafogli, gli amici (o quelli che ritenevo fossero tali) scompaiono come i tifosi allo stadio e il San Nicola stesso perde i petali. Come una rosa nel vento, come un neolaureato senza esperienza. “Il momento è quello che è”, dicono tutti, “pazienza”, invocano. Ma sono stanco di campare dai Matarrese di casa mia, che peraltro hanno anche i loro problemi. L’età, gli acciacchi. Se non fosse che almeno i Matarrese di casa mia non hanno mai pensato di lasciarmi in balìa delle onde a navigare a vista: loro sì che qualsiasi “trasferta” dovessi fare, non hanno mai lasciato che fosse scoperta tanto da chiedere ad esterni di poter pagare. No, mai. Loro sì che meriterebbero una bomba carta piena di grazie.

Arriva febbraio, e da due giorni mi sono imbattuto in una nuova avventura universitaria. Arriva una chiamata, forse c’è qualcuno disposto a prendermi. Mi catapulto a parlarci, sembra tutto fatto. E lo è. Parto di corsa in trasferta. Mi sembra il lavoro più bello del mondo, come una scivolata di Romizi con conseguente lancio per Galano, come una discesa palla al piede di Sabelli con staccata di Çani e palla in rete. Il Bari inizia a sbancare gli avversari, risale la classifica e io mi appassiono a tutto quello che vedo, alle partenze improvvise, ai sopralluoghi, alle mie stesse paure. Andiamo ai play-off, e un bel saluto caloroso a chi pensava che chi voleva andare in Serie A fosse un pagliaccio. Che io fossi un pagliaccio.

Arriva maggio e la tensione si fa alta, il Bari è in fallimento e quel giorno dell’asta ero a lavoro, sul campo, con la radio della macchina accesa e Michele Salomone che scambiava il tribunale per il San Nicola. “4,8 Paparesta!” E festa sia. La loro. La mia iniziava a finire. La tensione, la speranza, l’inesperienza e “il momento che è quello che è”, problemi di “spogliatoio”. Intanto però nasce “Che Storia la Bari” che, nel pieno del marasma della mia vita, diventa i mobili di quel tunnel da arredare e da cui non voglio proprio uscire. La vendita va alla grande, saranno oltre cinquemila le copie vendute. Cinquemila motivi che devono necessariamente lenire il vuoto del lavoro che finisce.

Arriva settembre, e mentre sono costretto di nuovo a piegare le mie maniche e inviare curricula ovunque, il Bari ricomincia con un nuovo presidente, un nuovo ufficio stampa, un nuovo ds e un nuovo mister. I calciatori sono nuovi. Ma a vedere i risultati sembra quasi l’ospizio. Ci si mette anche la morte di Klas Ingesson ad affossare tutto, morale e risultati, stramaledetto momento “un po’ così” e speranze che vengono sempre meno. Cambia il mister, e anche io voglio cambiare. Ma non mi è permesso. Il dramma di Klas Ingesson (in forme totalmente diverse, menomale) stava per entrare dentro casa nostra, ma fortunatamente gli abbiamo fatto gol all’ultimo e lo abbiamo portato ai supplementari. Li stiamo ancora giocando, e nonna sta dando “fastidio” alle sue vene e alle nostre. Quando vuoi bene a qualcuno il fastidio si trasforma in “fastidio”. Solo “La Bari siete Voi” mi da una bella spinta, nonché tutte le persone che grazie a tutto ciò ho conosciuto e iniziato a stimare.

Arrivata la fine dell’anno mi chiedo se ci siano differenze. E ci ritrovo una splendida festa il 27, dove un’amica vera corona il suo sogno d’amore mentre il Bari perde malamente con tre pappine una peggio dell’altra. Ma la più vera e forte similitudine tra me e il Bari è che gli “amici” vanno via nel momento più duro, lo stadio inizia a svuotarsi. La Curva Nord no, loro vincono sempre. Tonia, mamma, papà, nonna, loro vincono sempre. Stanno qui, qualunque cosa accada. Ed è forse per questo che sono stanco ma non ho paura: perché ho i tifosi più caldi del mondo e la mia Bari sono loro. A loro debbo miei successi passati, con loro ho vissuto e vivrò i fallimenti futuri. In attesa del meglio. Perché la Serie A arriverà, prima o poi, di riffa o di raffa arriverà. E mi viene in testa Paul, il protagonista di “Febbre a 90°“. Il calcio ti condiziona la vita ma di tanto in tanto devi staccarti dal pensare questo. Peccato che non sia un personaggio reale: gli avrei volentieri dimostrato che può essere così per davvero. E per di più i colori del Bari e quelli dell’Arsenal quasi coincidono.

BUON 2015 E BUONA SERIE A DELLA VITA A TUTTI!

“La letteratura incivilisce!” (#LaBariSieteVoi)

Un giorno mi partirono i cinque minuti. Frase popolare pugliese che sta ad indicare quel momento nel quale la realtà si offusca in maniera potente, per dare spazio alla fantasia e alla rabbia messe insieme. Molto spesso dura anche di più di cinque minuti, ma tant’è: mi partirono. Stufo dell’asfissiante insistenza della prof. di Inglese, stanco di sentire Tennison, Shakespeare e compagnia bella, sbottai. Di brutto. “Professoré, non è possibile che in un liceo scientifico si studi tutta ‘sta letteratura. Ore o ore di letteratura e filosofia e tre, solo tre, ore di scienze. Ma stiamo scherzando?” Mi cadde addosso una Cascata del Niagara di parole, un monsone di improperi. Sì, mi ero liberato di un peso, questo è vero. Ma quante parole mi piovvero addosso, forse neanche il buon Dio le ha contate. Io, Mauro, che in Inglese viaggiavo alla media del 9,5/9,7, avevo osato dire una cosa del genere. “Noi un giorno molto probabilmente saremo medici, ingegneri, economisti e roba varia. Di certo non saremo professori di Italiano o di letteratura”. Apriti cielo.

La prof. dopo avermi scaricato una santabarbara di parole, andò sfogarsi dalla sua collega di Italiano. La Saporetti. Un nome, non “la profossoressa Amalia Saporetti”. La Saporetti, e basta. Un’istituzione al pari solo del Ministro, superiore allo stesso preside per prestigio e stile. I suoi passati sessanta portati da gran signora e tanta, tanta cultura addosso e dentro. All’inizio del triennio esordì dicendo “so bene che non mi volevate. Ma sono qui per fare il mio lavoro.” E lo faceva bene. Eravamo una classe che grosso modo le dava soddisfazioni. Una classe che oggi definiremmo “normale”, senza troppi alti e bassi. Alla fine del quinto anno, la coinvolgemmo anche nei nostri scatti di fine carriera. E lei accettò. Quel giorno, però, non mi diede scampo.

Lo ricordo ancora. Non parola per parola. Ma ricordo il mio imbarazzo. “Mauro, tu non puoi dire quello che hai detto. Se sei qui, in una scuola, è perché qualcuno ha ritenuto giusto diffondere la cultura. La letteratura incivilisce!” Sento ancora l’eco di quelle parole, brutali, strazianti. Incivilisce, e poche chiacchiere. Sento quelle parole addosso come una scure, quella spada di Damocle che non esitò a proporci nella versione di latino ad un compito in classe. Quella spada, quel giorno, cadde addosso a me.

Soltanto oggi mi rendo conto di quando avesse ragione. Oggi, dopo “Che Storia la Bari”, ci approcciamo all’uscita di “La Bari siete Voi”. La squadra è stata puntellata nei reparti giusti, lo spirito vincente c’è sempre. “30 figurine dall’album dei ricordi”, 30 storie di uomini e di calcio, sì, ma con il piglio di chi da quella palla si lascia ancora emozionare. Tanto da scriverci un libro, anzi due. E oggi, che vedo la nostra seconda fatica letteraria prendere forma, ringrazio quella prof. per quel terremoto di quel giorno. Una scossa grado 10 all’apatia di una vita senza cultura. Devo riprendere i contatti con lei, prof. Devo portarle tutte e due le copie. E come il figliol prodigo verrò strisciando, la abbraccerò, e le dirò: “Prof., ho peccato contro la letteratura e contro di lei. Non sono degno di essere chiamato scrittore. Mi tratti come uno dei suoi studenti incapaci”. Ma dall’alto del suo sorriso, sono sicuro, si commuoverà e mi chiederà di tutto. Io le ricorderò quel giorno, che lei sicuramente avrà dimenticato. Lo so, “è un libro sul calcio” mi dirà. No, prof., è molto di più. É un sogno che si realizza e uno “scusa” mai detto a lei e alla prof. di Inglese.

Non vi capisco

Non capisco. Tutte le volte. Non ho neanche le forze per minacciarli fisicamente. I tifosi da salotto, quelli che mettono la sciarpa sulle ginocchia anziché sventolarla prima, durante e dopo la partita. Quelli che al posto di sorbirsi prefiltraggio, tornelli e puzza di piscio, preferiscono prendere i pop-corn, metterseli tra le gambe e spingere un pulsante su un telecomando. Non li capisco, e mai li capirò. Mi fanno talmente innervosire che mi fanno cadere le braccia per il nervoso. In un certo senso non voglio capirli.

Mi dispiace, amico mio. Mi dispiace che tu non solo rinunci a questo spettacolo, ma ti permetta di pagare una televisione privata per goderti un tifo che non esiste. Mi dispiace che tu perda tutto il bello che c’è in una curva, in uno stadio vero, in un pezzo di stadio che diventa casa tua, seppur per un paio d’ore. Mi dispiace che tu non possa vivere come me. Ma soprattutto che tu possa perdere questa magia che si crea tra quelli che sono lì con te.

La mia squadra era in svantaggio. Spingeva, ma senza risultato. E prova di qua, prova di là, a testa bassa. Stavamo sbagliando troppo. E quel ragazzo sotto di me si rivolge a me ogni volta, per dirmi “ma questo è scemo” oppure per dire “ma come fa a sbagliare cose del genere”. Sì, lui non conosce me, io non conosco lui. Non l’ho mai visto, non abbiamo messo mai le nostre mani sullo stesso tavolo per affondarle nel pollo per sbranarcelo, non abbiamo stappato nessuna Peroni né tanto meno abbiamo brindato alla vittoria. Non abbiamo condiviso i taralli pre-partita, e forse mai lo faremo. Non siamo amici su Facebook e, cosa più triste, non siamo reciprocamente follower su Twitter. Niente di più che una faccia, e forse una storia da raccontare.

Ma a quel gol, tutto ciò non contava. Non contava nulla se non che tutti e due eravamo lì per amore e che addosso avessimo una sciarpa con gli stessi colori. Ci siamo abbracciati, senza sapere i nostri nomi, senza sapere dove abitiamo, quanti anni abbiamo e neanche se ci piacciono le orecchiette con le cime di rapa. Niente. Eppure lì, in quello spicchio di mondo dove ognuno è innamorato a modo suo, io e lui ci siamo abbracciati. Non era un gol vittoria, non oso immaginare cosa sarebbe successo. Non era un gol promozione, perché forse gli avrei intestato casa mia. Era solo un gol del pareggio che, per giunta, poteva anche essere inutile pochi minuti dopo. Ci siamo abbracciati, come se non ci fosse un domani. Siamo entrati l’uno nell’amore dell’altro, senza conoscerci e senza neanche stimarci. Non mi importava chi fosse, mi importava ci fosse.

Quando una mia ex collega mi disse:”Io non riesco a capire quelli che vanno ogni domenica allo stadio”, io semplicemente le risposi che doveva venire allo stadio per capire. Perché è così facile fare i tifosi da salotto, perché è facile sparare a zero sulla squadra quando perde. Ma quanto è difficile condividere una passione, che si vinca o che si perda? Quanto è difficile abbracciare una persona sconosciuta, in nome di una non ben definita “fede in comune”? No, il mio stadio non lo cambio con nessuno. Ecco perché tifo per una squadra che posso seguire dal vivo. Ecco perché non capisco più chi tifa per gli squadroni del Nord. Non li capisco perché sono vittima di una magia, di un sortilegio, di un Cupido che aleggia sornione sulle nostre vite di curvaioli. Voi intanto restate a casa, ad abbuffarvi di patatine come se non ci fosse un domani. Sarà bello vedervi spaesati, quando e se verrete in uno stadio vero, fatto di seggiolini in simil-plastica, tornelli e gradoni. Ma ancora più bello sarà vedervi sbraitare e cercare insistentemente un telecomando immaginario, fatto di un materiale invisibile, e con vostra moglie accanto che urla “io non ci vengo più, fa troppo freddo”. #tantononcapirai

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